Memorie di Madame Pelote, gatta di Michel de Montaigne - Françoise Armengaud
Ci sono libri bellissimi che sanno fare le fusa.
Ecco, Memorie di Madame Pelote, gatta di Michel de Montaigne di Françoise Armengaud appartiene proprio a questa categoria.
L’idea è semplice ed è geniale: prendere sul serio quella frase di Montaigne — «Quando gioco con la mia gatta, chi può sapere se non è lei che si diverte più di me?» — e lasciare finalmente la parola alla gatta.
Madame Pelote racconta. Osserva. Giudica, con una sicurezza disarmante.
E qui succede la magia.
Perché questa gattina è un vero e proprio spettacolo. Ma non spettacolo in senso vezzoso. È buffa nel modo in cui sono buffi i gatti quando sono assolutamente convinti — e con piena ragione — della loro superiorità ontologica.
Lei crede a quello che dice. Ci crede profondamente.
Quando interpreta i pensieri di Montaigne, quando spiega cosa significhi davvero scrivere, quando valuta le sue abitudini umane con un misto di indulgenza e sufficienza, non c’è ironia forzata: c’è una convinzione totale.
E fa ridere proprio per questo. Fa ridere perché è così.
Perché io sono convinta che i gatti pensino esattamente quella roba lì. E chiunque abbia vissuto accanto a un gatto lo sa.
Quando ti vedono affannata dietro a un pensiero, quando ti perdi in mille ragionamenti, è come se ti stessero dicendo: “Potresti anche semplicemente sdraiarti al sole, invece di farti tutte queste paranoie.”
Madame Pelote non è una caricatura. È una presenza. È una coscienza altra.
Attraverso i suoi occhi Montaigne si mostra fragile, pensoso, a volte malinconico. Non come un monumento della filosofia, ma come un uomo: un uomo che dubita, che si ammala, che teme la morte, che scrive per restare in equilibrio.
E accanto a lui questa creatura silenziosa che non scrive saggi, ma incarna qualcosa di ancora più radicale: la pura esistenza.
È un libro tenerissimo, ma senza essere zuccheroso. Estremamente colto, senza essere pedante. Sfacciatamente ironico, senza mai diventare parodia.
E la cosa più bella è che l’autrice non usa la gatta come espediente simpatico: la prende sul serio. Le riconosce una dignità filosofica. Le dà un pensiero coerente, quasi sistematico. Una vera e propria visione del mondo.
È un rovesciamento dolcissimo: l’animale che osserva l’uomo e ne relativizza le certezze. Il filosofo che scrive sull’io e la gatta che semplicemente è (Kierkegaard probabilmente andrebbe fuori di testa.)
E forse, sotto sotto, questo libro suggerisce qualcosa che mi appartiene profondamente — o almeno io ci voglio vedere questo — e cioè che la conoscenza non passa solo dal ragionamento, ma anche, e forse soprattutto, dalla presenza, dalla cura e dalla capacità di restare.
Questo è un libro da leggere con accanto un gatto. O almeno con la memoria di un gatto che ti ha insegnato qualcosa sul silenzio.
È breve. Ma come certi sguardi felini che ti attraversano e sembrano dire: “Ti vedo. So chi sei.”
E tu non sai mai davvero chi dei due sta giocando con l’altro.
M!R
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