Best Friends


 In questo periodo della mia vita leggo libri bellissimi.

Uno dietro l’altro davvero. Libri che mi tengono a bocca aperta, che mi fanno fermare, che mi sorprendono a ogni pagina, a ogni scoperta.
E questo probabilmente vuol dire due cose: primo, che sto frequentando le librerie giuste per me; secondo, che le mie scelte — sì, un po’ bulimiche, lo ammetto — hanno comunque un loro senso.
E poi devo dirlo: in questo periodo Elliot Edizioni non sta sbagliando un colpo con me. Quindi Micol rasseganti al fatto che, al prossimo Salone del Libro, allo stand Elliot, ci perderemo almeno mezza giornata.
Sono rimasta letteralmente estasiata da Best Friends di Andrew Meehan.
È un libro che, per certi versi, mi ha ricordato Le nostre anime di notte di Kent Haruf. Ma non farò confronti: primo perché Haruf, per me, è uno scrittore meraviglioso; secondo perché questo libro non è giusto metterlo accanto a nient’altro. Dico solo che mi ha riportata in quel mondo, in quei sentimenti, in quel tipo di storie. E mi è piaciuto tantissimo.
Best Friends è un libro che non vuole stupire.
E forse è proprio per questo che mi ha colpita così tanto. Ultimamente mi colpisce molto questo sguardo. Mi accorgo di ricercarlo.
June fa le pulizie.
Ray è il custode di un complesso di campi da tennis un po’ abbandonati.
Ognuno di loro ha indossato la vita come si indossa una giacca troppo grande, piena di tasche da cui spuntano rimpianti, delusioni e anche desideri. All’inizio sono soltanto due persone abituate alla solitudine — non sole, eh, semplicemente abituate alla solitudine — con modi un po’ bruschi e risatine amare. Poi, pagina dopo pagina, si scopre che la loro tenerezza non è mai comica e che la loro ironia non è assolutamente fredda.
Sono persone grandi, adulte. Hanno settant’anni.
E Meehan scrive della loro amicizia come si scrive dell’amore quando l’amore smette di voler dimostrare qualcosa. E questa, secondo me, è una grande conquista.
Non è un’amicizia che consola con le parole. Io, spesso, quando chiamo un’amica o un amico, lo faccio proprio per quello: cerco le parole. Qui invece ci si consola con la presenza ostinata. Con lo stare. Con il restare. (Ho già detto che questo verbo mi piace da morire? No perché mi piace davvero da morire).
Il loro rapporto non promette il futuro, ma per scelta — non perché siano persone avanti con l’età. E proprio per questo quella scelta rende abitabile il presente. Io questa cosa la trovo di una bellezza struggente. Da piangere, proprio.
Il libro parla di un amore tardivo come di una luce delicata che, una volta accesa, permette sì di vedere le crepe sui muri, ma anche i rami in fiore fuori dalla finestra. Chiede al lettore di guardare la bellezza che arriva tardi soltanto perché ha saputo aspettare abbastanza.
Ecco: l’ultimo amore della vita, o l’ultima amicizia vera, può essere quello con l’inizio più autentico.
Scrivendo questo, in questo momento, ho gli occhi lucidi. Perché c’è una dolcezza ruvida in queste pagine, una tenerezza che non si vergogna dell’età, della stanchezza, delle paure, degli angoli neri della propria anima, degli errori, dei fallimenti, delle occasioni mancate. Meehan scrive con una voce che non pretende di insegnare nulla, ma fa un invito molto preciso: ci invita a ricordare che la felicità non è lo scoppio di un romanzo, ma la lenta apertura di un fiore che, anche dopo anni, trova il coraggio di sbocciare.
Ecco, alla fine — e vi assicuro che anche adesso ho gli occhi lucidi — dopo aver accompagnato June e Ray in ogni passo incerto di questa storia, io ho sentito questa verità semplice e potentissima: che l’amicizia, quella vera, non è altro che l’amore con gli occhi aperti e il cuore che non si stanca.
Quando questo libro finisce resta una pace molto sottile.
E questa sensazione, credetemi, vale tutto.
Io questo libro lo consiglio davvero.
Ma davvero tanto.

M!R
-----------------
Andrew Meehan
Best Friends
Elliot, 2025
pp. 180 - 18,50

Commenti