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La ragazza del Kyūshū

    Erano i tempi dell’università. Daria era appena tornata dall’Erasmus e mi invitò a pranzo. Mi piaceva molto andare a mangiare da Daria, perché si mangiava tanta pasta. Una pasta tutto sommato semplice, in genere farfalle ma con pomodori tagliati a pezzi, zucchine e tantissima cipolla. Ma soprattutto mi piaceva tanto perché nel sugo Daria metteva insieme l’olio e il burro. Una cosa che oggi mi nausea solo a pensarci, ma che allora trovavo irresistibile. Così accettai con grande entusiasmo. Daria aveva portato con sé dall’Erasmus un’amica giapponese e mi invitò anche per quello: per intrattenere la conversazione, fare da ponte, riempire il tavolo di parole oltre che di piatti. Io, a quei tempi, ero un’avida lettrice di Banana Yoshimoto. E lo dico con tutta la tenerezza che si deve ai vent’anni: ne andavo fiera. Mi faceva sentire colta, raffinata, “arrivata”. Avevo vent’anni, appunto, e credo che certi slanci vadano perdonati come si perdonano gli amori sbagliati. Naturalmen...

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