La Signora Miniver

Non dovrebbe esistere una guerra per poter parlare sugli autobus, per inventare passatempi serali, per vivere con semplicità, per mangiare con moderazione, per riabituare il corpo a sentire, a camminare.
Nella scrittura che sa rendere straordinaria la vita ordinaria, io penso che ci sia qualcosa di irripetibile. Qualcosa di quieto, però molto resistente. Come certi fiori che sembrano fragili, e invece fioriscono anche sotto la neve. Penso al croco, per esempio.
La signora Miniver non è un’eroina. O forse lo è, nel senso più vero del termine. Vive in una villetta a Chelsea, con tre figli, un marito architetto, una tata, una cuoca, e un cottage nel Kent. Legge, scrive biglietti, osserva le vetrine, ragiona sulla bellezza delle piccole cose. Poi, a un certo punto, arriva la guerra. E nonostante tutto, lei resta lì: lucida, gentile, appassionata. Come se la gentilezza fosse, in fondo, una forma di resistenza. Forse la forma di resistenza più importante.
Jan Struther — dietro cui si nasconde Joyce Anstruther, donna coltissima ed estremamente riservata — ha dato voce a un personaggio che, per quanto mi riguarda, è indimenticabile. Tenero, ironico, acuto. Un’inglese che sembra uscita da una tela di Laura Knight, o meglio ancora, da un interno di Virginia Woolf. E mi piace pensare che un po’ mi somigli, in un modo che non avevo previsto, quando mi è capitato fra le mani questo libro.
È un libro da leggere lentamente. Io lo terrò sul comodino, perché ogni volta può aiutarmi a ritrovare il filo della leggerezza, quando mi sembra di averlo perso. Penso che sia perfetto per me, che amo i fiori nei vasetti, i pensieri gentili, le stanze inondate di luce… e spero anche di avere — prima o poi — la stessa capacità della signora Miniver di restare in piedi, anche quando tutto intorno trema. Io penso che sia un libro perfetto per chi crede che non serva una guerra per imparare davvero a guardare il cielo.
C’è un passaggio, nelle primissime pagine, in cui la signora Miniver racconta dei fuochi d’artificio. Di come li sceglie ogni anno, con una cura che ha qualcosa di infantile e solenne allo stesso tempo. Di come li guarda con il naso all’insù e il cuore aperto come una finestra d’estate. Ecco, io lì mi sono innamorata. Perché non descrive semplicemente una scena. O meglio, descrivendola, riesce a raccontare le sensazioni. La meraviglia, l’attesa, il piacere sottile delle cose fatte bene. E questo non è affatto comune.
Ci sono scrittori che sanno usare bene le parole — e quanto è bello scoprirli. Ma poi ce ne sono anche altri, che le parole le accarezzano. Le portano a spasso, come si fa con i bambini, e un po’ anche con i sogni. Jan Struther fa così. E secondo me, la traduttrice, Carla Pinna, le è stata accanto con una grazia davvero rara.
La signora Miniver, io penso che sia davvero una chicca. Una cosa adorabile. Un libro da conservare: sul comodino, in borsa, nel cuore. Un’ode alla vita ordinaria, e insieme anche una dichiarazione d’amore per la bellezza delle cose semplici — viste con occhi limpidi. Come i fuochi d’artificio. Che durano poco, ma quando ci sono… fanno tremare il cielo.

M!R

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Jan Struther
La Signora Miniver
Elkiot, 2025
pp. 176 - € 18,00

 

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