La ragazza del Kyūshū
Erano i tempi dell’università.
Daria era appena tornata dall’Erasmus e mi invitò a pranzo.
Mi piaceva molto andare a mangiare da Daria, perché si mangiava tanta pasta. Una pasta tutto sommato semplice, in genere farfalle ma con pomodori tagliati a pezzi, zucchine e tantissima cipolla. Ma soprattutto mi piaceva tanto perché nel sugo Daria metteva insieme l’olio e il burro.
Una cosa che oggi mi nausea solo a pensarci, ma che allora trovavo irresistibile. Così accettai con grande entusiasmo.
Daria aveva portato con sé dall’Erasmus un’amica giapponese e mi invitò anche per quello: per intrattenere la conversazione, fare da ponte, riempire il tavolo di parole oltre che di piatti.
Io, a quei tempi, ero un’avida lettrice di Banana Yoshimoto.
E lo dico con tutta la tenerezza che si deve ai vent’anni: ne andavo fiera. Mi faceva sentire colta, raffinata, “arrivata”. Avevo vent’anni, appunto, e credo che certi slanci vadano perdonati come si perdonano gli amori sbagliati.
Naturalmente si finì a parlare di libri.
E sempre molto naturalmente io iniziai a parlare di Banana Yoshimoto: di quello che avevo letto, di quanto mi sembrasse profondo, delicato, altissimo.
Lei ascoltava in silenzio. Poi, in modo estremamente giapponese — educato, timido, con lo sguardo abbassato — disse una cosa che fu insieme gentile e tagliente: che in Giappone Banana Yoshimoto era considerata letteratura da banco. Quasi narrativa rosa.
Ci rimasi malissimo.
Per me quei libri erano stati importanti, intensi, quasi fondativi.
Oggi, a dire il vero, faccio fatica persino a ricordarne le trame. Forse Kitchen.
Ma più delle storie, ricordo le sensazioni. Ricordo come mi facevano sentire quei libri: il silenzio, una certa malinconia gentile, le cucine, i corpi stanchi, il sonno, il torpore, la vita che continua anche quando non sai bene perché.
Da quel pranzo in poi, però, con la letteratura giapponese ho sempre avuto un rapporto particolare. Di grande curiosità, ma anche di cautela. Come se mi avvicinassi sempre in punta di piedi, con una specie di rispetto misto a timore. Forse perché quella frase, detta con tanta grazia, aveva lasciato una piccola crepa. Non una ferita vera, ma una consapevolezza: che stavo guardando qualcosa da fuori, e che da fuori certe cose sembrano sempre più alte di quello che sono davvero.
C’è anche un altro motivo. Ogni volta che apro un libro giapponese, io mi perdo. Ma non nel senso buono e lineare del termine. Mi perdo perché inizio a soffermarmi su tutto: le descrizioni dei luoghi, i rituali, il cibo, il tè, i gesti minuscoli che sembrano non portare da nessuna parte e invece sono tutto.
E allora smetto di leggere e inizio a cercare. Apro mille schede, leggo articoli, guardo mappe, salvo immagini. Negli anni ho messo insieme una cartellina che ormai è migrata sul cloud da quanto è cresciuta, piena zeppa di cose da fare, da vedere, da mangiare, per un eventuale viaggio in Giappone che sto preparando, più o meno consapevolmente, da metà della mia vita. Prima o poi lo farò. Forse.
Fatto sta che, nonostante tutto, la letteratura giapponese mi lascia quasi sempre una buona sensazione. Anche quando non mi convince del tutto, anche quando mi spiazza. C’è qualcosa che resta.
Uno scrittore che mi piace molto — non il mio preferito, ma uno di quelli che leggo sempre volentieri — è Matsumoto Seichō.
La cosa curiosa è che non l’ho mai cercato davvero. I suoi libri mi sono sempre capitati. Li vedevo in libreria, leggevo le prime venti pagine, e puntualmente succedeva la stessa cosa: sentivo che dovevo sapere come andava a finire. Non era un’urgenza rumorosa, era una specie di attrazione silenziosa, molto tenace.
È successo anche con La ragazza del Kyūshū.
Lessi le prime pagine in libreria e pensai: va bene, basta, devo portarlo a casa. Devo sapere cosa succede. Devo capire dove mi sta portando.
Devo essere sincera: arrivata più o meno a metà, mi sono fermata.
Il motivo per cui stavo mollando era questo: amo la dignità delle vite ordinarie e i libri con un forte senso morale. Però qui l’atmosfera era cupa, senza catarsi, e un po’ stanca emotivamente. Non c’era tregua. Anzi, non ce n’era proprio per niente.
Mi ricordo di aver pensato che forse non era il momento giusto. Che magari il libro non era sbagliato, ma che io, in quel momento, non avevo abbastanza spazio interiore per reggerlo. Così mi dissi: gli do ancora qualche pagina. Poi, eventualmente, lo riprendo più avanti. Aspetto tempi migliori.
È una cosa che faccio raramente, ma che ho imparato a concedermi: non tutti i libri vanno letti subito. Alcuni vanno aspettati. Altri ti aspettano.
Poi però è successo qualcosa.
Non un colpo di scena, non una rivelazione clamorosa. Piuttosto una lenta, quasi impercettibile messa a fuoco. Come quando ti accorgi che non stai più guardando la storia per quello che vorresti che fosse, ma per quello che è davvero.
La storia, in fondo, è semplice. Ed è proprio questo il problema — e insieme la sua forza.
Il romanzo racconta una vicenda apparentemente ordinaria: una giovane donna, una provincia lontana dai centri decisionali, un fatto che irrompe nella sua vita senza eroismi e senza clamore. Non c’è niente di spettacolare. Nessuna grande scena madre. Nessun personaggio pensato per farsi amare.
C’è una ragazza che vive dentro un sistema di relazioni rigide, di aspettative silenziose, di ruoli che non vengono mai davvero messi in discussione. C’è un ambiente sociale che osserva, giudica, archivia. E c’è soprattutto una sequenza di conseguenze: una cosa ne produce un’altra, e poi un’altra ancora, senza che nessuno — davvero nessuno — abbia l’impressione di poter intervenire per cambiare la traiettoria.
Matsumoto Seichō non racconta per spiegare. Racconta per mostrare l’inevitabile.
Il suo sguardo è freddo, ma non crudele. È chirurgico. Si posa sulle azioni minime, sui dialoghi trattenuti, sulle omissioni. Su tutto ciò che non viene detto, ma pesa più di quello che viene pronunciato ad alta voce.
Non c’è indulgenza, e non c’è neanche compiacimento.
Le vite scorrono così come sono, dentro una morale che non ha bisogno di essere dichiarata perché è già tutta inscritta nei fatti. E proprio per questo è faticoso. Perché il romanzo non concede il conforto della distanza: non puoi dire “io avrei fatto diversamente”, non puoi rifugiarti nell’eccezionalità. Tutto quello che accade potrebbe accadere a chiunque, in un contesto simile.
È qui che avevo fatto più fatica.
Perché amo le storie che riconoscono la dignità delle vite ordinarie, sì, ma ho anche bisogno — lo ammetto — di una qualche forma di riscatto. Anche minima. Anche solo simbolica. Qui, invece, il libro sembra dirti: no. Non sempre c’è una compensazione. Non sempre c’è un senso che si ricompone.
Eppure, andando avanti, ho capito che era proprio questo il punto.
La mancanza di catarsi non era una carenza. Era una scelta.
La stanchezza emotiva non era un difetto di scrittura, ma una forma di verità. Una verità scomoda, certo. Ma coerente.
Il romanzo non vuole sollevarti.
Vuole lasciarti esattamente dove ti trovi. Dentro il peso delle conseguenze, dentro le vite così come sono, senza risarcimenti simbolici, senza assoluzioni finali.
Ed è stato in quel momento — non all’inizio, non subito, ma andando avanti — che il libro ha cominciato a piacermi davvero.
Perché ho capito che non mi stava chiedendo empatia facile.
Mi stava chiedendo resistenza.
Arrivata alla fine, non mi sono sentita soddisfatta.
Mi sono sentita responsabilizzata. Come se qualcuno mi avesse detto: ecco, ora sai che questo esiste. Che queste vite esistono. Che queste dinamiche sono reali. Adesso non puoi far finta di niente.
E qui arrivo a me, oggi.
Forse vent’anni fa avrei respinto un libro così.
Forse avrei avuto bisogno di sentirmi più al sicuro, più protetta, più riconosciuta come lettrice “sensibile”. Oggi no. Oggi so che ci sono libri che non servono a farti stare meglio, ma a farti stare più sveglia.
E credo che sia anche per questo che, alla fine, La ragazza del Kyūshū mi è piaciuto tanto.
Perché non ha cercato di piacermi. Non mi ha accarezzata. Non mi ha detto “andrà tutto bene”. Mi ha solo mostrato un frammento di mondo e mi ha chiesto di reggerlo.
Oggi, forse, riesco a farlo.
M!R
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Seichō Matsumoto
La ragazza del Kyūshū
Adelphi, 2019
pp.206 - €13,00

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