SCRITTURA E NATURA - Massimiliano Boni
Ho fatto una lettura bellissima. E ve la voglio proprio
condividere, perché è stata davvero molto interessante.
Si tratta di Scrittura e natura di Massimiliano Boni, edito
da San Paolo e mi è piaciuto veramente tanto.
Boni prende qualcosa che più o meno conosciamo tutti, ma che
forse non abbiamo mai guardato davvero. Tutti
sappiamo che la Bibbia è attraversata da un intero mondo vegetale:
alberi, piante, erbe, frutti, roveti… Conosciamo l’albero della conoscenza, il
roveto ardente, l’ulivo, la vite, il fico… Sono immagini che abbiamo incontrato mille
volte e che fanno parte del nostro immaginario.
Eppure le abbiamo quasi sempre considerate, come dire,
elementi della scena. Una sorta di pannello di sfondo. I racconti della Sacra Scrittura
ci parlano degli uomini, delle loro paure, delle loro disobbedienze, delle
promesse, delle alleanze, del rapporto con Dio. E poi, intorno, ci sono gli
alberi, le piante, il deserto, i frutti, i roveti. Come se fossero la
scenografia di una storia che di fondo parla di altro.
E invece no.
Una delle cose più belle che questo libro mi lascia è
proprio il rovesciamento dello sguardo: la natura non è la scenografia della
storia dell’uomo, ma è parte integrante della storia dell’uomo.
E allora viene proprio voglia di tornare indietro. Di
rileggere quei passi biblici, quelle storie, di rivedere quelle immagini,
quelle scene che pensavamo di conoscere , che almeno io e la mia saccenza pensavamo
di conoscere benissimo, e guardarle con una luce diversa.
E vabbè, io lo dico sempre: questa è una delle cose più
belle che possa fare un libro. Non soltanto raccontarmi qualcosa che non sapevo
— sì, anche, ci mancherebbe — ma
soprattutto costringermi a guardare quello che credevo di conoscere con uno
sguardo nuovo.
Massimiliano Boni ripercorre la tradizione biblica
attraverso alberi, arbusti, erbe, frutti, seguendo un filo che, andando avanti
nella lettura, diventa sempre più preciso. Anzi, sorprendentemente preciso perché
nella Scrittura una pianta non è mai soltanto una pianta. Può essere riparo,
limite, desiderio, promessa, abbondanza. Può raccontare il deserto, l’aridità
oppure la fertilità, la vita o ancora la perdita.. e queste sono solo le cose
che mi sono segnata… Insomma, può raccontare il rapporto tra l’uomo e Dio,
certo, ma può raccontare anche qualcosa di molto più concreto: il rapporto tra
Dio, l’uomo e la terra che abita. Ed è proprio questa parte mi ha colpita
veramente tanto.
Perché noi abbiamo sviluppato un talento straordinario nel
pensare alla natura come a qualcosa che sta fuori da noi, qualcosa che ci
circonda. E infatti la sfruttiamo, la proteggiamo, la fotografiamo, la
coltiviamo, la distruggiamo, cerchiamo di salvarla… tutto sommato pensiamo così
di rispondere al compito di guardiani/custodi del giardino in cui il buon Dio
ha deciso di “piantarci”. Ma assumiamo questo ruolo sempre come se ci fosse da
una parte la natura e, dall’altra, noi. Come se fossimo due elementi ben
distinti e qualche volta persino contrapposti che si trovano a dover avere una qualche
relazione.
La Bibbia però, almeno nella lettura che ne propone Boni,
sembra ricordarci una cosa molto più antica e forse anche molto più semplice:
noi siamo dentro quella natura. Dipendiamo dalla terra, dall’acqua, dagli
alberi, dai raccolti. E allora anche quella parola che torna così spesso quando
parliamo del rapporto dell’uomo con il creato — custodire, l’uomo custode del
creato etc… — comincia ad assumere un peso diverso. Perché quando all’uomo
viene affidato il compito di custodire, forse dentro quella parola c’è qualcosa
di molto più impegnativo del semplice non rovinare.
Ed è a questo punto che, secondo me, il libro diventa
interessantissimissimo. Perché alcune domande che oggi siamo abituati a
definire contemporanee e decisamente attuali, come ad esempio il rapporto con
l’ambiente, il limite, l’uso delle risorse, la responsabilità nei confronti di
quello che ci circonda e di chi verrà dopo di noi etc.. ecco, forse contemporanee non sono per niente. Al
contrario, sono domande antichissime.
Cambiano le parole, certo. Cambiano i registri linguistici,
cambiano i contesti e anche le modalità, ma l’uomo no. L’uomo è sempre lo
stesso.
E quindi io ho cominciato questo libro pensando di leggere
della presenza della natura all’interno della Bibbia e invece mi sono
ritrovata, quasi senza accorgermene, a chiedermi che cosa significhi, oggi,
abitare questo mondo. Non il mondo in generale, ma proprio questo qui nell’ hic
et nunc.
E questa cosa mi è piaciuta tantissimerrimo.
Anche perché, come tutti i libri che mi piacciono davvero
tanto, non dà nessuna risposta definitiva, ma fa però una cosa bellissima,
molto più interessante ed importante: migliora le domande che possiamo porci.
Grazie per essere passati di qui.
M!R



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