Mirandina e la Libertà.
La cosa che mi è mancata di più in questa lunga e calda estate è stata andare in libreria.
Non semplicemente comprare libri. Quelli, in un modo o
nell’altro, si comprano. A me è mancato proprio andare in libreria, parlare con
le mie amiche libraie, entrare senza sapere esattamente che cosa sto cercando,
girare senza una meta precisa, prendere un libro, rimetterlo al suo posto,
trovarne un altro, sedermi in un cantuccio con una pila scelta magari soltanto
perché mi piacciono i titoli o le copertine, sfogliare, leggere, perdere tempo….
Ecco. Soprattutto perdere tempo.
Io mi innamoro così.
E adesso che posso tornare nelle mie librerie del cuore, mi
sono resa conto di quanto questa cosa mi faccia profondamente bene. Ne parlavo ieri
sera con la mia amica Micol e, ragionandoci, forse ho anche capito perché.
Perché per me le librerie non sono mai state soltanto posti
in cui si comprano libri.
Il mio rapporto con loro comincia da molto lontano.
Quando ero piccola a casa mia non c’era una biblioteca. I
miei genitori non erano lettori e quindi il libro non era uno di quegli oggetti
che si trovavano dappertutto, come sarebbe successo poi per tutta la mia vita. Però
i libri arrivavano.
Mia mamma trovava sempre qualcosa da mettermi in mano.
Quando andavo a messa con la nonna c’era un piccolo negozio delle suore che
vendeva i libri delle Edizioni Paoline: fiabe, racconti biblici. Nonna me ne
comprava sempre qualcuno. E ricordo ancora una volta, tornando dall’asilo con
mamma, una bancarella di libri sul marciapiede. Ci fermammo e me ne comprò uno.
Insomma, per dire che il libro mi ha da sempre in un qualche
modo attirata. Solo che non era ancora qualcosa di speciale e men che meno una
presenza quotidiana.
Poi, in seconda elementare, accadde una cosa. E credo sia
stato più o meno allora che in casa mia i libri diventarono una faccenda seria.
Da quel momento in poi i miei genitori non mi negarono mai
un libro. Quando alle medie e poi alle superiori ci davano le famose liste
delle letture estive dicendo «sceglietene due o tre», io tornavo a casa
sostenendo con una certa disinvoltura che quelli erano i libri da leggere
durante le vacanze. Tutti. Erano compiti, che diamine. E quindi i miei me li
compravano tutti. Mia madre, nel frattempo, lavorava alle Edizioni San Paolo e
con lo sconto dipendenti la faccenda diventò ancora più pericolosa.
È una cosa che ancora oggi mi fa sorridere perché, appunto,
i miei genitori non leggevano. L’unico libro che ricordo appartenesse a mia
mamma era Tre uomini in barca. E non credo di aver mai visto mio padre con
qualcosa da leggere in mano che non fosse, e solo durante l’estate, La Gazzetta
dello Sport.
Cosa abbastanza buffa, a pensarci adesso, perché negli anni
io e papà di libri insieme ce ne siamo letti davvero tanti.
Comunque… dicevo… I miei genitori non mi negarono mai un
libro.
Un’enciclopedia sì, però. Io volevo disperatamente I
Quindici, che all’epoca avevano praticamente tutti, ma mio padre non ne volle
mai sapere. «Le ricerche si fanno in biblioteca. L’enciclopedia non ti serve». E
infatti mi portava in biblioteca.
Questa contraddizione di mio padre mi fa sorridere ancora
oggi. Non avrebbe comprato quindici volumi di enciclopedia neanche sotto
minaccia, ma se si trattava di un libro che volevo leggere improvvisamente non
esisteva più nessun criterio di ragionevolezza. Credo che semplicemente avesse
capito, prima di me, che quella cosa lì per me era importante.
Dicevo, in seconda elementare accadde una cosa.
Nell’ora di narrativa la maestra Bruna ci fece leggere Il
libro della giungla di Kipling. Bisognava comprare il libro e mio padre andò in
libreria. Tornò con un’edizione tascabile Mursia. Non gli venne neppure in
mente che potesse esistere una versione per bambini. Il giorno dopo arrivai a
scuola e scoprii che tutti i miei compagnetti avevano un libro grande,
cartonato, illustrato, con i caratteri enormi. Io avevo un tristissimo
tascabile Mursia. Ci rimasi malissimo. Se chiudo gli occhi mi ricordo ancora
adesso quanto ci rimasi male.
La maestra disse che andava benissimo, naturalmente, perché
la storia era quella. E io ero già sufficientemente testarda — e probabilmente anche
troppo orgogliosa per far vedere quanto mi dispiacesse — da decidere che non
avrei cambiato libro. E quindi affrontai tutto l’anno di narrativa con quella
microscopica edizione e i suoi microscopici caratteri. Però tornai a casa e lo
dissi. Ah se lo dissi.. eccome Ricordo proprio il pranzo, la tavola e io che
annunciavo a mio padre:
«Il libro non è giusto. Gli altri hanno tutti il libro
bello. Io ho questo libro qui».
Non so che cosa pensò papà. So che poco tempo dopo, un
sabato pomeriggio di novembre, mi portò in una grande libreria vicino al Duomo:
la Libreria dei Ragazzi.
Me la ricordo ancora. C’era una specie di discesa prima di
entrare e poi uno spazio enorme, quasi un capannone, pieno di libri. Per me era
inconcepibile… Tutti quei libri e quei colori nello stesso posto. La
possibilità di prenderli, guardarli, aprirli, scegliere… che vertigine E lì mio
padre mi disse una frase che credo abbia davvero cambiato per sempre la mia
vita.
«Scegli quello che vuoi».
Naturalmente chiesi: «Quanti?»
«Tutti quelli che vuoi. L’importante è che tu li legga.
Quindi sceglili».
Quindi sceglili. E’ importante questa frase qui. Non
prenderli a caso. Guardali. Pensaci. Scopri che cosa vuoi. Non prenderli a
casaccio.
Avevo sette anni anzi, forse li avrei compiuti dopo qualche
giorno, forse ne avevo ancora sei.. e mio padre mi aveva appena consegnato il
mondo.
All’inizio quella libertà mi sembrò persino eccessiva. Fui
prudente: cinque, sei, sette libri, non ricordo. Non tanti. Ma poi presi
coraggio… eccome “Si fa prima a sfamarla o vestirla che a portarla in libreria”.
Perché quando li finivo di leggere papà mi ci riportava … in
libreria.
E negli anni sono arrivata al mio record personale di ventotto.
La cosa più bella è che mio padre non si arrabbiava. Non
diceva mai: «Miranda, adesso basta». Non mi chiedeva se davvero avessi bisogno
di tutti quei libri. Io arrivavo alla cassa con pile sempre più improbabili e
lui pagava. Ed era contento.
Mi ricordo ancora il suo sguardo. Una specie di
soddisfazione silenziosa mentre mi guardava fare una cosa che lui non aveva mai
fatto, che forse non capiva neppure completamente, ma che mi rendeva felice. Insomma,
mio padre mi aveva capita.
E oggi questa mi sembra una delle forme più alte e più belle
con cui mi abbia amata.
In quella Libreria dei Ragazzi lavorava Carlo. Carlo era un
signore alto alto e magro magro, vestito sempre di improbabili colori
autunnali, con pochi capelli ricciolini, gli occhiali tipicamente anni Settanta
e due baffi enormi. Quando mi vedeva entrare annunciava a voce alta e
squillante: «È arrivata Mirandina! Preparate il carrellino!»
Perché il carrellino serviva davvero. Ero piccola e giravo
per quel capannone trascinandomelo dietro e appoggiandoci sopra i libri che
sceglievo.
Papà mi portava lì e mi lasciava libera. Io giravo da sola.
Lui si metteva in un angolo e mi guardava. Ogni tanto prendeva in mano un libro
che avevo guardato e poi rimesso giù.
«Questo perché no?»
«No, quello non mi interessa».
«Ah».
E tornava al suo posto. Ci passavamo interi sabati
pomeriggio. Papà si riposava dopo il doppio lavoro del venerdì in laboratorio e
poi, quando si svegliava, andavamo in libreria e io cominciavo il mio giro:
leggevo le quarte, prendevo libri, li rimettevo a posto, tornavo indietro,
cambiavo idea.
Dovevano praticamente buttarmi fuori all’orario di chiusura.
E papà aspettava. Certo, erano anche gli anni in cui l’Inter giocava soltanto
la domenica. Con anticipi e posticipi di oggi, valli a trovare tutti quei
sabati pomeriggio a mia disposizione.
Comunque.
Un giorno Carlo, che ogni tanto mi seguiva nel mio
girovagare, mi chiese:
«Qual è l’ultimo libro che hai letto che ti è piaciuto
tantissimo?»
Avevo sette anni e gli raccontai entusiasta Il giardino
segreto, che per qualche misteriosa ragione era arrivato a casa mia. Non
l’avevo comprato: semplicemente, un giorno, lo avevo trovato lì.
Gli parlai di Mary Lennox, del giardino, di quella bambina
che all’inizio era antipaticissima e poi, piano piano, diventava impossibile
non amare. E mi ricordo che gli dissi una cosa che potrei tranquillamente
ripetere oggi, a cinquant’anni passati:
«Carlo, perché poi il giardino cambia».
Ricordo ancora il sorriso di Carlo sotto quei baffi.
«Sai che cosa si fa quando una cosa ti piace così tanto in
un libro? Si fa una cosa bellissima».
Io ero convinta che stesse per spiegarmi come entrare
fisicamente in quel giardino. Ed in realtà, a pensarci bene, è esattamente
quello che fece. Solo in una maniera molto più importante e fondativa di quella
che avevo pensato allora.
Mi insegnò un metodo.
«Per prima cosa si va a vedere chi ha scritto il libro».
Io ero già una bambina piuttosto pronta: «Lo so, lo so.
Frances Hodgson Burnett».
«Perfetto. Allora guarda».
Mi portò davanti alla grande parete di libri sulla destra e
disse:
«Vedi? Qui ci sono i nomi. Tu sai leggere, vero, Miranda? Lo
sai bene l’ordine alfabetico? Allora cerchiamo. Vediamo che cos’altro ha
scritto questa signora». E tirò fuori Il piccolo Lord e La piccola principessa.
Poi mi disse una cosa semplicissima:
«Magari non ti è piaciuta soltanto la storia. Magari ti
piace proprio il suo modo di raccontare. Ti ha fatto vedere un giardino
bellissimo, magari può farti vedere altre cose bellissime. Prova».
Naturalmente li presi tutti e due. Quando qualche anno dopo
arrivò il cartone animato Lovely Sara e le mie compagnette parlavano delle
puntate io ero già quella insopportabile che ripeteva:
«Sì, vabbè, però il libro…»
Una piccola rompipalle già allora, lo concedo.
Quando ebbi letto Frances Hodgson Burnett, Carlo mi insegnò
il passo successivo.
«Quando hai finito un autore, prova a capire che cosa ti è
piaciuto. Un’ambientazione? Un’epoca? Un certo tipo di personaggio? Una voce?
Un tema? »
E così mi mise in mano Louisa May Alcott… Dalla Alcott
arrivai a Jane Austen. Da Austen alle sorelle Brontë. E poi, a tredici anni, in
terza media, arrivai a Virginia Woolf.
Insomma, è cominciato così.
Dai sette ai tredici anni il mio mondo si aprì su una
quantità inimmaginabile di giardini.
Un libro ne chiamava un altro. Una storia apriva una porta;
dietro quella porta c’era un autore, dietro quell’autore un’epoca, una voce,
poi un’altra storia.
E io imparavo piano piano a seguire la mia curiosità per
vedere dove mi avrebbe portata.
E, senza nemmeno saperlo, imparavo a scegliere.
E così Carlo mi insegnò come si segue un libro.
Ma fu mio padre a darmi la libertà di farlo.
Forse è anche per questo che ancora oggi, quando entro in
libreria, provo quella sensazione così precisa di felicità. Faccio sempre la
stessa cosa.
Entro senza sapere dove finirò. Giro. Prendo un libro, lo
rimetto a posto. Ne apro un altro. Leggo una quarta di copertina. Un nome mi
porta a un altro nome, una storia me ne ricorda un’altra, qualcosa che non
stavo cercando improvvisamente diventa qualcosa che voglio conoscere.
E mi perdo.
Esattamente come allora.
Solo che adesso non c’è più il mio papà seduto in un angolo
ad aspettarmi mentre riempio il carrellino.
Ma ogni volta che scelgo un libro penso che, in qualche
modo, sto ancora facendo quello che mi disse di fare quel sabato, quando avevo
sette anni.
«Scegli quello che vuoi».
Forse allora non potevo saperlo, ma dentro quella frase
c’era molto più del permesso di comprare tutti i libri che volevo. C’era la
libertà di cercare. Di essere curiosa. Di cambiare idea. Di scoprire che cosa
mi piaceva e che cosa no. Di costruire, libro dopo libro, il mio gusto. E forse
persino un pezzetto di me stessa.
Perché scegliere quello che vuoi è una libertà enorme. Ma
per scegliere davvero devi prima imparare a conoscere. Forse è questo che mi è
mancato così tanto questa estate.
Non comprare libri, ma tutto quello che succede prima.
Innamorarmi così.
Sono pensieri sparsi di una lettrice insonne, comunque.
Adesso sono di nuovo a Milano.
E settimana prossima torno in libreria.
A sceglierMI.
M!R



Adoro il tuo modo di scrivere Mir, che bel metodo che ti ha insegnato Carlo!!!!!
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