LONTANO nel tempo -- Elizabeth Gaskell

Elizabeth Gaskell è un'autrice estremamente conosciuta in Inghilterra.

Qui da noi, molto meno.

Io l’ho incontrata  pochi anni fa in un book club e devo essere onesta, l'ho approfondita negli ultimi tempi grazie alle copertine di Elliot edizioni. Sono bellissime. Le ultime, in particolare, hanno una grazia e una forza che mi attirano moltissimo. So che tempo fa era uscita anche una shopper dedicata proprio a quella grafica — e naturalmente io sono arrivata tardi. Adesso sono usciti nuovi titoli, ma senza shopper. Peccato. Sarebbe stato meraviglioso. Potrei pensare di ricamarmela.

Questo libro, Lontano nel tempo, in Italia, ha già qualche anno, ma è stato rieditato con una meravigliosa copertina dai colori rosa pesca e verde salvia che è un autentico splendore.

È un racconto lungo, poco più di sessanta pagine. Me lo ha messo in mano la mia libraia — che in questo periodo della mia vita è qualcosa di più di una libraia, è una presenza necessaria.

Non mi aspettavo, però, questa potenza.

Dalla pagina quaranta in poi ho iniziato a contare le pagine che mancavano. Continuavo a pensare: no, adesso succede qualcosa. Deve succedere qualcosa. Non dico un lieto fine, ma almeno una forma di restituzione, un margine di bellezza per questa donna, per questa vita.

E invece.

È un libro scritto magnificamente. Con una capacità descrittiva che non saprei definire se non così: io il freddo l’ho sentito davvero. A un certo punto ho avuto bisogno di coprirmi. La campagna inglese non è mai decorativa: è dura, spigolosa, concreta — ma di una bellezza intensa, quasi severa, in ogni caso per me sempre disarmante.

E parlarne senza fare spoiler questa volta è difficile.

Perché questo è un libro che chiede di essere attraversato.

Non è una storia d’amore — o meglio, non è solo una storia d’amore, come a volte si tende a semplificare.  È qualcosa di più quieto e più radicale: una storia di responsabilità, di scelta, di ciò che resta quando non è tanto che l’amore non basta — è che non può bastare.

La protagonista è Susan Dixon.

Susan sta in quel punto preciso in cui la vita smette di essere promessa e diventa decisione. E come tutte le decisioni fondative, anche le più razionali, nascono sempre un po’ dalla pancia.

È un’orfana, legata a una promessa fatta alla madre. E si trova a dover scegliere tra due forme di fedeltà: quella verso se stessa — verso un futuro possibile accanto a Michael — e quella verso il fratello Will, fragile, vulnerabile, esposto a un mondo che nell’Ottocento non sapeva curare ma solo contenere, isolare, punire. I manicomi erano luoghi spaventosi. Più vicini alla reclusione che alla cura.

E questa consapevolezza attraversa tutto il racconto come una corrente sotterranea: non viene mai gridata, ma è sempre presente.

La scelta di Susan non ha retorica.

Non è eroica nel senso facile del termine.

È una scelta che toglie.

Che restringe.

Che lentamente ridefinisce i confini di una vita.

Susan sceglie di restare accanto al fratello.

E questo suo restare diventa qualcosa che forse non aveva previsto di essere.

Perché Susan non è una figura idealizzata. Non è una santa, non è un simbolo. È una donna reale, complessa, a tratti anche difficile da comprendere fino in fondo. Nel tempo si chiude, si irrigidisce, si sottrae a quella dolcezza che — accidenti — le sarebbe spettata.

Ma non perde mai la sua fermezza.

Non perde mai la capacità di reggere, di organizzare, di decidere. Gestisce la casa, la tenuta, le responsabilità. Non si limita a prendersi cura: governa. Ed è qui che qualcosa si sposta.

Perché dentro una cornice vittoriana che sembrerebbe già scritta, Gaskell introduce una figura femminile che non è passiva, che non si limita a subire il destino, ma lo assume. Non rinuncia soltanto all’amore: ridefinisce il proprio ruolo. Diventa, di fatto, capofamiglia, punto fermo, struttura portante.

Una femminilità che contiene in sé anche ciò che, all’epoca, veniva attribuito al maschile: autorità, responsabilità economica, capacità decisionale.

Eppure tutto questo non cancella la perdita.

Anzi. La rende ancora più visibile.

C’è una linea sottilissima che lega questa storia alla vita stessa di Gaskell: il dolore, la perdita, la necessità di trasformare qualcosa di irrimediabile in una forma narrabile. Come se la cura che Susan dedica a Will fosse, in filigrana, anche una risposta a un dolore reale. Qualcosa che chiede di essere trattenuto, custodito, non lasciato cadere.

La scrittura accompagna tutto questo senza mai appesantirlo.

È limpida. È misurata. Tiene insieme il paesaggio, la dimensione sociale e soprattutto l’interiorità dei personaggi. Non c’è mai eccesso, non c’è mai compiacimento. E proprio per questo le emozioni arrivano più nette. Più precise.

Alla fine, quello che resta non è tanto la rinuncia.

È la forma della scelta. Susan non è una donna che perde. È una donna che decide di restare — e accetta fino in fondo le conseguenze di quella decisione.

E forse è proprio questo il punto più difficile da sostenere.

Perché esistono vite in cui la forza non coincide con la conquista, ma con la capacità di tenere.

Tenere insieme. Tenere duro. Tenere fede. (oltre a restare anche tenere sta diventando un verbo che mi piace un sacco)

E in questo, senza dichiararlo mai apertamente, Gaskell fa qualcosa di profondamente moderno: mostra una donna che non chiede di essere salvata, ma che, nel silenzio delle sue scelte, diventa lei stessa struttura, misura, direzione.

Questo libro mi ha sorpresa tantissimo.

È estremamente potente. (Sì, lo so. L’ho già detto. Ma lo è davvero.) 🤍

M!R

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Elizabeth Gaskell
Lontano nel tempo
Elliot 2021
pp.67 - €11,50

 

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