UNA MATTINATA A NOTO - ENZA BUONO
Mi sono interrogata a lungo se scrivere o no questo post.
Se potesse sembrare performativo, esibizionistico, “dimostrativo”.
Viviamo in un tempo in cui chi parla di libri viene spesso scambiato per qualcuno che mostra invece di qualcuno che vive.
E allora il dubbio viene: ma io scrivo perché ci credo davvero o perché voglio essere vista?
Poi ho capito una cosa semplice: chi se ne frega di tutte queste paranoie! Io credo profondamente nel potere della condivisione delle cose belle. Non per esibirle, ma per farle circolare.
Quindi sì, io so bene che la lettura più autentica non ha bisogno di platee. Ma è anche vero un altro pezzo, che sento profondamente mio: quando un libro ti attraversa davvero, quando ti sposta, quando ti vede, tenerlo solo per sé a volte è impossibile.
E non per vanità — ma per gratitudine.
A costo di sembrare dimostrativa, oggi io voglio parlare di questo libro.
Perché mi ha cambiata. Perché mi ha dato parole quando non ne avevo. Perché è questo, per me, il senso più profondo della letteratura.
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Ho libri del cuore. Libri che rileggo ogni anno, da tempo immemore. Libri letti di recente che mi hanno conquistata.
Ma io oggi voglio parlare di qualcosa di più, voglio parlare di un incontro.
Qualche tempo fa, parlando di libri con il mio amico Nico, in uno di quegli scambi rari che lui generosamente sa regalarmi, è venuto fuori il nome di Enza Buono.
Io dissi solo: è bravissima.
E subito dopo: peccato che sia così difficile trovarla.
In effetti, della sua produzione molto ricca io ho letto pochissimo. Solo tre libri. Non per mancanza di interesse, sia chiaro, ma perché oggi sono tutti fuori catalogo.
Dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 2014, non ci sono state ristampe. Li ho cercati a lungo, li ho trovati solo nell’usato, come si trovano le cose preziose: per caso, con pazienza e con un bel po’ di fortuna.
Di quelli che ho letto, il libro che mi ha colpita di più è Una mattinata a Noto, edito da Nottetempo.
Non parlerò della trama. Non mi interessa farlo. Preferisco parlare delle sensazioni — che sono poi il vero motivo per cui io leggo.
L’ho letto nella primavera del 2025, in un momento per me complesso. Ero ferma, poco autonoma, reduce da un intervento importante. Ero inquieta. Profondamente spaesata e mi interrogavo sul mio posto nel mondo, sul mio mondo, su cosa volesse dire avere radici, su cosa volesse dire sentirsi a casa.
In quelle pagine ho trovato un passaggio — che cito a memoria — in cui si parla proprio di questo: delle radici che non dipendono da dove nasci, ma da dove ad un certo punto scegli e decidi di stare.
Insomma, quelle che puoi piantare tu.
Buono scrive:
«Io sono nata in Sicilia, da madre di antico sangue normanno e da padre lucano. Sono sempre vissuta in Puglia e non so quali siano la mia terra e il mio cielo, ma sono convinta che le radici di ciascuno di noi sono una scelta. Per quali misteriosi capricci del caso un individuo è il risultato di incontri improvvisi, di coincidenze fatali, di impensabili occasioni? A chi, a cosa, debbo far risalire questo tumultuoso affollarsi di idee e di pensieri e di immagini nella mia mente?»
Ecco, mentre leggevo queste parole ricordo che fui distratta dalla pelle delle mie braccia: era evidente anche fisicamente che mi stavo emozionando. Poi, andando avanti, arriva lì, al centro del mio cuore:
«Nulla ci dà il senso della continuità delle generazioni come la morte. La morte, la sparizione del singolo, diventa il tratto di congiunzione — per quelli che rimangono — del presente col passato. Allora ci sentiamo veramente parte di un tutto, quando la lacerazione di un distacco ci fa risalire alle radici stesse — o a quelle che crediamo essere le radici — della nostra esistenza.»
E fu uno SBAAAM!!! Per me che non ho ancora visto il tramonto del 19 agosto 2021, quando il mio adorato papà si è addormentato... E ancora:
«Ho sentito una sorta di struggimento, il desiderio di non finire, di protendere lo sguardo oltre, di abbracciare, per così dire, la vita nella sensazione stessa della sua fuggevolezza.»
E poi, con una lucidità che mi ha attraversata, conclude:
«È questo bisogno di raccogliere, fermare, contemplare la mia goccia di vita, vederla miracolosamente riflessa nel passato, che mi fa scrivere.»
È stato uno shock gentile. Qualcuno aveva detto, con una chiarezza disarmante, esattamente ciò che io non riuscivo a nominare. Per questo lei scrive, per questo io leggo. Mi emoziono anche adesso che sto ricordando, la mia pelle lo sta gridando.
La scrittura di Enza Buono è di una raffinatezza rara, quasi anacronistica. Non seduce, non esibisce, non chiede attenzione: semplicemente la merita.
È una lingua sorvegliata, colta, precisissima, in cui ogni parola è necessaria e nessuna è ornamentale. C’è una musicalità sommessa, un ritmo interno che rende la lettura limpida, naturale, profondamente piacevole. Leggerla è bello — nel senso pieno del termine.
È una scrittura che conosce il peso delle frasi e il valore del silenzio. Non cerca effetti, non spinge, non spiega: vede. E nel vedere, riconosce.
Leggendo Una mattinata a Noto, ho avuto una sensazione rarissima: non quella di essere capita, ma di essere chiamata per nome. Come se qualcuno avesse saputo dire, con una precisione gentile, ciò che io stavo vivendo senza riuscire a formularlo.
C’è poi un'altra cosa, apparentemente minima, che però mi ha colpita moltissimo.
Enza Buono usa spesso un segno grafico preciso — il trattino — per aprire incisi.
Non la virgola. Non le parentesi. Proprio il trattino. E questa scelta, che potrebbe sembrare solo formale, in realtà cambia completamente il ritmo della frase. Quando leggi, lo senti: il pensiero si apre, respira, si distende. È come se la lingua diventasse più musicale, più armonica, più vicina al modo in cui davvero pensiamo. Da quel momento — ormai più di un anno fa — mi ci sono fermata.
E ho iniziato, quasi ostinatamente, a provarci anch’io. A usare il trattino. A cercare quella stessa apertura, quella stessa sospensione. E così, quando scrivo, ogni tanto ci penso.
A lei. E a quel segno così semplice — eppure così pieno.
Ecco, quando accade questo, la letteratura smette di essere racconto e diventa esperienza.
E non c’è niente di performativo nel dirlo: c’è solo gratitudine.
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Enza Buono è anche la madre di due autori importantissimi del panorama letterario italiano.
Penne raffinate, riconosciute che personalmente amo moltissimo — sì, va bene, una più dell'altra, concedo.
Eppure — lo dico con rispetto, ma anche con ferma convinzione — davanti a lei impallidiscono.
Ecco... Io sogno, e lo scrivo qui, che qualcuno raccolga questo testimone: una nuova edizione delle opere di Enza Buono con una cura editoriale vera.
Magari proprio i suoi figli.
Che ne so, magari uno disegna la copertina, l’altro si occupa dell’apparato critico. Insieme potrebbero scrivere l’introduzione.
Sarebbe bellissimo... ed anche profondamente giusto.
Perché il mondo ne ha semplicemente bisogno.
Se anche una sola persona, leggendo queste righe, avrà voglia di cercarla — anche nell’usato, anche con fatica — allora questo post avrà avuto senso.
Buona giornata del libro e del diritto d'autore a tutti... a chi scrive e a chi, leggendo, riconosce.
M!R
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