AMORE - INOUE YASUSHI
Leggo moltissima letteratura giapponese da tantissimo tempo. Da quando, poco più che adolescente, una ragazza giapponese mi disse che Banana Yoshimoto, in Giappone, era considerata poco più che letteratura rosa. Ricordo lo scarto che provai, quasi fisico, come se mi fosse stata tolta una certezza. Perché a me Yoshimoto piaceva moltissimo — e piace tuttora. Certo, alcune cose mi convincono più di altre, ma resta un’autrice che sento.
Da allora però ho iniziato a cercare altro. Non meglio, eh — altro. Perché volevo capire che cosa intendesse.
E da lì mi si è aperto un mondo. Un amore per il Giappone… abbastanza, come dire, importante. Diciamo così😅
E così, libro dopo libro, sono arrivata a quest’ultimo: Amore di Inoue Yasushi.
È un libro piccolo, sottile, edito da Adelphi. Leggero. Posso dire quasi fragile tra le mani.
Non è un romanzo: sono tre racconti, poco più di cento pagine, che parlano d’amore — ma non come siamo abituati.
Sono tre forme diverse: un amore che rinuncia, un amore che resta e un amore che nasce quando non lo stai più cercando, quando tutto sembra finito.
Io leggo veloce. Non è un pregio, sia chiaro, ma neanche un difetto: è il mio modo di leggere. Sono una lettrice bulimica, e mi va bene così. Ma qui mi sono fermata. E non è stato uno sforzo: è stata una necessità. Perché ogni emozione aveva bisogno di spazio — e di emozioni qui ce ne sono davvero tante.
C’è una leggerezza apparente sotto la quale il senso si muove.
Da qualche parte ho letto che questo libro lascia una sensazione sospesa, come un acquerello.
Ecco, al di là della mia passione per l’acquerello: sì, è proprio così.
L’atmosfera è quasi ovattata. La prosa non travolge, ma ti entra dentro. Piano. E a un certo punto ti accorgi che la senti nella carne.
Mi è piaciuto tantissimo anche per un altro motivo: io non sono una da libri d’amore, proprio per niente. Li trovo spesso stucchevoli, mi danno fastidio. Raramente li trovo con le categorie che riconosco appartenermi su questa tematica. Insomma, non è la letteratura che cerco.
Ma qui no.
Qui non si parla dell’amore “bello”. Si parla di un amore fragile, contraddittorio, persino inquietante.
Nella prefazione, Adelphi lo definisce un universo ingannevole e indecifrabile. E io penso che sia esattamente così, nel senso che quando penso all'amore mi viene da pensare che sia "un ospite inquieto".
Inoue Yasushi indaga questo territorio in maniera molto interessante e molto puntuale.
L’analisi interiore è precisissima. I silenzi sono descritti in maniera meravigliosa. Insomma, tutto quello che piace tanto a me. In più, qui, quello che non viene detto è forse la parte più potente: ti arriva addosso con una precisione quasi dolorosa, come se l’anima venisse tagliata in due. Anche grazie a uno stile di scrittura pulito, raffinato, attentissimo alle pause — meravigliosamente giapponese. Tutto è raccontato con una delicatezza, un rispetto, ma anche una profondità straordinaria.
Mi è piaciuto tantissimo perché mi ha permesso di accostarmi a queste emozioni sospendendo qualsiasi tipo di giudizio e di provare quindi disorientamento, empatia, sollievo.
Non è un libro “wow”, nel senso spettacolare. È un libro sottile, malinconico, rarefatto.
Racconta storie, sì. Ma a un certo punto la storia smette di essere centrale.
Restano le sensazioni.
Quando l’ho finito, mi si sono inumiditi gli occhi. E ho avuto quella sensazione rarissima, ma netta, di aver letto qualcosa di vero. Ho scritto subito alla mia amica Micol: questi sono i libri che mi fanno sentire viva.
È per libri così che leggo, con fame.
Perché quando leggi libri così succede una cosa bellissima: chiudi il libro e ne vuoi subito aprire un altro, per vedere se quella sensazione esiste ancora. Se puoi ripeterla.
Ed è meraviglioso.
Io leggo libri molto belli — lo riconosco come un dato di fatto — ma questa sensazione non succede spesso.
È rara. E quando succede va riconosciuta.
E il libro va consigliato.
M!R
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