Un viaggio in libreria


È ormai da un po’ di tempo che, ogni mese, mi faccio un regalo. Visto che per me leggere non è solo qualcosa a cui non posso rinunciare— è da sempre il mio modo di abitare il mondo — mi prendo un giorno tutto per me e vado in libreria. Un giorno solo per me, per perdermi. Perché il mio piacere nella lettura non nasce nel libro e non si esaurisce nel libro. Inizia prima. Inizia con il viaggio in libreria. Viaggio, sì. Perché le librerie che frequento — quelle che mi fanno stare bene — non sono sotto casa. E io con la macchina ho un rapporto pessimo. Quindi vado con i mezzi. A volte prendo il treno. E ci vado con Stella. Ho un quadernetto dove appunto i libri di cui sento parlare o che catturano la mia attenzione per qualche motivo. Spesso si tratta di risultati di ricerche a seguito di argomenti che mi incuriosiscono dei libri che ho letto o che sto leggendo. Poi arriva la sera prima del "giorno" e allora preparo la mia sportina, quella dove finiranno i libri che comprerò, la piego per bene e la metto nella mia borsa insieme al quadernetto con tutte le mie note. Poi preparo le cose di Stella. Gli snack, i sacchettini di riserva — perché non si sa mai — qualche fazzoletto per pulirla, la sua acqua. La bottiglietta la metto in frigo. Le cose che preparo di me sono decisamente di meno: qualche caramella e un pacchettino di fazzoletti.

Poi Controllo gli orari di pullman e treni. Compro i biglietti. La mattina dopo è davvero una piccola festa. Mi piace quel momento in cui prendo tutto, chiudo la borsa… e partiamo.

E già lì succede qualcosa. Il viaggio è un avvicinamento. Un modo per prepararmi.

Quando arrivo in libreria, c’è sempre un momento preciso: quello in cui entro e sento una piccola vertigine. Breve, ma netta. Perché la prima cosa che penso è sempre: “Oddio, quanti libri ancora non ho letto.” Dura solo un attimo. Poi passa e lascia spazio all’emozione. Alla meraviglia. E allora mi tolgo il cappotto, appoggio la borsa, libero Stella dal guinzaglio. Le librerie che frequento questa cosa me la permettono. E io inizio a perdermi. C’è una libreria, in particolare, in cui mi sento profondamente accolta e protetta. È ELSA Libreria Creativa. Si trova a Monza. La libraia si chiama Francesca Giulia. È fiera, indipendente, lucidissima, coltissima. Ha un modo di creare collegamenti quando parla di libri che è tutto suo e che a me incanta tantissimo. E si vede chiaramente che i libri di cui parla e che propone li riconosce come parte di un mondo che ha attraversato.

È rara ed è bellissima Ed è un regalo averla incontrata. Quando sono lì, mi muovo seguendo percorsi che mi rendo conto conosco solo io. Filoni miei. Libri che mi hanno lasciato qualcosa e che voglio approfondire. Sensazioni che voglio abitare ancora. Oppure il contrario: sento che ho bisogno di uscire da quella direzione e allora cerco altro. Ma la verità è che non sono io a scegliere i libri. Sono loro che scelgono me. E questa cosa può succedere solo in librerie che hanno un’anima. Io ho avuto la fortuna di trovarle. Mi lascio prendere dai titoli, dai colori delle copertine — lo confesso — dagli autori, dalle ricerche che faccio prima di partire. Li prendo, li sfoglio, li tengo un po’ in mano. Li rimetto. E poi li riprendo. E intanto parlo. Parlo con Stella. Parlo con Francesca. Dell’ultimo libro letto. Di una frase che mi è rimasta dentro. Di una storia che non riesco a lasciare andare. Di collegamenti, di rimandi, di emozioni. Poi, con la mia pila di libri scelti mi siedo sul divanetto. Francesca mi offre sempre un tè. E io lo prendo sempre. Perché è una coccola. E si sente. E lì succede. Inizio a sfogliare. E questa cosa non so spiegarla fino in fondo, ma è così: Stella smette di girare, si avvicina, si accuccia accanto a me. Certo, ogni tanto si distrae — un corriere, qualcuno che entra — ma poi torna lì. Accanto a me. E mi guarda. Come se lo sentisse. Che dentro di me si sta aprendo qualcosa. Che si stanno formando delle immagini. Che forse… mi sto innamorando. Perché è esattamente questo che succede.

Non li prendo tutti. Di alcuni capisco subito che non sono per me. Di altri capisco che potrei non riuscire a smettere di leggerli. Per altri ancora sento chiaramente che devo aspettare. Non sono pronta io. Ma faccio comunque sempre la stessa cosa. Come mi hanno insegnato in casa editrice. Inizio a leggere. Leggo le prime dieci pagine. Se mi prende, vado avanti. Ancora cinque. E se alla fine sento ancora quella cosa lì — sottile, precisa, inconfondibile — che mi dice: “resta ancora un po’”… allora sì. Allora li porto a casa con me.

Perché per me i libri non sono oggetti. Sono incontri. E gli incontri, quando sono giusti, non hanno bisogno di spiegazioni. Si riconoscono. E questa cosa, per me, non è solo bellissima. È assolutamente necessaria.


M!R

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