La Luce che salvò il Mondo


 Ho un debole dichiarato per la letteratura per ragazzi, soprattutto per quella dell’infanzia. Per i libri che parlano senza infantilizzare. È un territorio che continuo a frequentare da quando mi hanno messo in mano un libro, perché ho capito che è lì che spesso si dicono le cose più serie, con meno rumore, con meno sovrastrutture, con meno paure.

LA LUCE CHE SALVO’ IL MONDO non lo conoscevo per niente. Per caso, in libreria, mi sono ritrovata davanti il suo autore che lo stava presentando, Alessandro Biuso. Gli incontri migliori spesso funzionano così: laterali, non programmati, quasi accidentali. A rendere l’acquisto inevitabile c’è poi un mio vizio conclamato: io ho un debole assurdo per le prime edizioni autografate e dedicate.
Lo dico subito: di questo libro le illustrazioni non sono propriamente fra le più affini al mio gusto personale. Intendo la scelta cromatica… la palette scelta avrà anche un senso, ma io l’ho capito poco. Proprio per questo, però, ho deciso di non fermarmi alla superficie e di dargli una possibilità. Beh, ho fatto bene.
Il mondo in cui ci porta questo libro è Fulgoria: una città di metallo, di torri, di palazzi, di controllo. Una città governata dalla luce, ma non da una luce propriamente rassicurante. È la luce delle bombe. Ed è proprio qui che il racconto compie il suo gesto più interessante e meno scontato. Le bombe non sono oggetti, non sono strumenti muti nelle mani degli uomini, ma sono creature. Hanno un nucleo, una voce, una memoria.
Aton, Lumìa e Boros appartengono a questo mondo e a questa natura ambigua. E dentro questa ambiguità, sentono, dubitano, si interrogano. Attorno a loro aleggia il Richiamo degli Uomini: l’ordine di esplodere, di compiere il destino per cui sono stati creati. Ma a un certo punto qualcosa si incrina. La luce, invece di essere solo potenza e obbedienza, diventa domanda. Cosa succede quando ciò che è stato costruito per distruggere comincia a vedere? Quando la luce non cancella, ma rivela?
Il linguaggio è molto semplice, davvero semplice. Naturalmente si rivolge ai bambini, ed è giusto che sia così. Ma non è una scrittura povera, per niente proprio. È una semplicità pensata che non rinuncia a temi enormi: il potere, la paura, la responsabilità, la verità che fa male, la luce che può distruggere ma può anche salvare. Il mondo di Fulgoria è una metafora chiarissima, mai urlata. Qui la luce non è buona per definizione: può cancellare, annientare, imporre, oppure può generare vita. Tutto dipende da come viene usata e soprattutto da chi sceglie di usarla.
C’è un punto nella lettura in cui il libro smette definitivamente di essere una fiaba rassicurante e diventa una domanda vera. Quando la luce mostra ciò che è stato cancellato, quando le voci affiorano, quando la verità pesa più della salvezza immediata, è lì che il racconto si fa adulto. Può restare naturalmente estremamente accessibile, ma non si ritrae. È lì che si chiede al lettore — grande o piccolo che sia, non ha importanza — di prendere posizione. Ed è estremamente interessante che questo accada dentro una fiaba per bambini. È molto bello che si porti un bambino a prendere posizione, che gli si mostri la possibilità di farlo. Questa cosa mi è piaciuta molto!
Ho trovato particolarmente riuscita anche l’idea delle pagine bianche alla fine dei singoli capitoli, non come espediente per bambini, ma come gesto preciso. Questo libro non è completo senza chi legge. Ti chiede di fermarti, di rispondere, di lasciare una traccia: scrivere, disegnare, oppure restare in silenzio. Non importa. L’importante è esserci.
Il finale, poi, è il tipo di finale che piace molto a me. Non c’è niente che esplode, non si cerca l’effetto. Lascia invece al lettore la possibilità di scriverlo, il proprio finale. La luce alla fine non brucia più, non cancella, non urla, ma diventa responsabilità. Insomma, diventa una scelta quotidiana.
Sì sì… mi ha sorpreso e mi è piaciuto molto😊

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