Un milione di stanze tutte per sé – Tamara Tenenbaum
Quando entro in una libreria io sto bene.
Non perché cerco qualcosa di preciso, ma perché so che, in un modo o nell’altro, incontrerò qualcuno. Un’idea, una voce, una presenza. È sempre stato così: entro con la sensazione molto concreta che da qualche parte, su uno scaffale, ci sia qualcuno che mi sta aspettando.
Il giorno in cui ho comprato Un milione di stanze tutte per sé è successo esattamente questo.
Ho visto il rimando a Virginia Woolf e mi ci sono buttata addosso d’istinto. Come quando, dall’altra parte della piazza, riconosci un’amica che non vedi da tempo e attraversi di corsa per salutarla. Senza pensarci. Con quella felicità un po’ infantile degli incontri inattesi.
Solo che quell’amica non era da sola.
Era con qualcun’altra: Tamara Tenenbaum, che io non avevo mai letto.
Ecco, questo libro, prima di tutto, è stato per me un incontro riuscitissimo.
Aprendolo, mi sono trovata davanti a un’introduzione lunga, molto personale, in cui Tenenbaum si presenta raccontando come tutto sia nato dal fatto di aver tradotto Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf. Lei però non è — e non si sente — una traduttrice “di mestiere”. Accetta quell’incarico con entusiasmo, ma anche con tutte le domande, le esitazioni, le vertigini del caso.
Ed è lì che il libro comincia davvero.
Perché questo saggio nasce da una domanda semplice e potentissima: che cosa succede mentre cerco di capire il pensiero di un’altra persona?
Tradurre, qui, non è un’operazione tecnica. È un fatto intimo. Vuol dire entrare nella psicologia, nel ritmo, nelle ossessioni di un’autrice amata, e provare a restituirle in un’altra lingua senza tradirle — sapendo che una fedeltà assoluta non esiste. Vuol dire esporsi. Mettersi in ascolto. Accettare di non capire tutto.
E così il libro diventa il racconto del pensiero che pensa, di Tenenbaum che si muove dentro il pensiero di Woolf, lo segue, lo interroga, a volte ci si perde. Io ho trovato questo processo sinceramente sconvolgente.
Non avevo mai riflettuto fino in fondo su quante cose possano nascere da una traduzione: quante deviazioni, quante domande, quanta vita.
Seguire Tenenbaum mentre ragiona, mentre si ferma, mentre dubita, è stato come assistere a un viaggio mentale ad alta voce. Un viaggio che parte da Virginia Woolf ma poi si allarga, inevitabilmente, al nostro tempo.
Ed è qui che il libro, per me, diventa ancora più interessante.
I capitoli si aprono come stanze diverse: si entra parlando di lavoro, di denaro, di cibo, di risentimento, di nostalgia, di tradizione. Ma non sono “temi” nel senso astratto del termine. Sono zone sensibili, luoghi in cui il pensiero contemporaneo si inceppa, si irrigidisce o si consuma.
Quando Tenenbaum parla di femminismo, per esempio, lo fa in un modo che ho trovato lucidissimo e anche molto coraggioso. Non dice che il femminismo sia entrato in crisi perché “passato di moda”. Suggerisce qualcosa di più sottile: che sia entrata in crisi una sensibilità, un modo di stare nella realtà. E che parole fondamentali, ad esempio come empatia, si siano progressivamente svuotate, inflazionate, trasformate quasi in automatismi.
L’idea di “mettersi al posto dell’altro”, a un certo punto, smette di essere un gesto immaginativo e diventa una rappresentazione di sé. Un linguaggio emotivo così codificato e teatrale da rendere impossibile il dissenso. Non perché non si potessero più dire certe cose, ma perché ogni discussione veniva immediatamente risucchiata in una dimensione narcisistica, in cui il sentimento diventava incontestabile.
È un passaggio scomodo, ma necessario. E soprattutto profondamente legato al nostro presente.
Lo stesso vale quando il libro affronta il denaro e il lavoro. Parlare di soldi — dice Tenenbaum — resta un tabù perché significa esporsi, dichiarare una posizione, ammettere una disuguaglianza. E il lavoro, soprattutto quello culturale, appare in tutta la sua fragilità: può nascere anche dal disagio materiale, ma non può prescindere dalla dignità. Da qualcosa che ti permetta non solo di sopravvivere, ma di stare nel mondo.
Poi ci sono il risentimento e la nostalgia, due affetti potentissimi del nostro tempo. Non vengono né demonizzati né assolti. Sono forze ambigue, che possono aprire o chiudere, creare alleanze o irrigidire il pensiero. Il rischio, soprattutto quando si guarda al passato, è quello di trasformare la nostalgia in conservazione, in paura del futuro.
E il futuro, in questo libro, è sempre pensato come spazio dell’incerto. Non qualcosa da controllare o da rendere innocuo, ma qualcosa da abitare. Accettando il rischio, la contraddizione, l’insicurezza.
Virginia Woolf, in tutto questo, non è mai un monumento. È un’interlocutrice viva che scrive facendosi domande, seguendo il pensiero mentre accade, vedendo dove la porta. Un flusso di coscienza, un ragionamento ad alta voce. Ed è proprio questo modo di pensare che permette a Tenenbaum di perdersi — ed io con lei — in percorsi laterali, imprevedibili, spesso fertili.
Per me questo libro è stato questo: un attraversamento lento, curioso, non lineare.
Un pensiero che non cerca di chiudere, ma di aprire possibilità.
Sono uscita da quell’incontro con la sensazione che si ha dopo una conversazione riuscita: non con risposte in tasca, ma con le idee più vive di prima.
E quando un libro fa questo — quando ti tiene compagnia mentre pensi — allora sì, ha già fatto moltissimo.
M!R
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